Il mondo Software Defined Infrastructure… secondo Nutanix

SDx È un paradigma che fa leva sul concetto di software defined per consentire alle aziende di arrivare a un data center ibrido, che sfrutta risorse interne e risorse cloud gestite da un unico punto di controllo.

A questo proposito Nutanix propone Prism, l’interfaccia convergente di Nutanix per controllare tutti gli stack e per fornire strumenti di provisioning, planning e scaling, oltre a insight e reportistica avanzata. Prism è anche multi cloud, perché

“la vera sfida di oggi è integrare tutti i cloud, i quali parlano tante lingue diverse, e riuscire ad avere un ambiente unificato per tutte le tre soluzioni di cloud privato, cloud pubblico e cloud distribuito”

HYPERVISOR

Non manca anche un hypervisor, tecnologia oggi matura e considerata una commodity; quello targato Nutanix si chiama Acropolis ed è stato reso gratuitamente disponibile da circa tre anni arrivando a un tasso di adozione vicino al 30% del totale.

APPROCCIO SCALE OUT

Sempre nell’approccio della massima libertà consentito da Nutanix è anche da sottolineare la possibilità di scalare le risorse, ma sempre con un approccio scale out e non scale up – nel quale si aggiungono sempre nuove risorse – creando un unico blocco hardware e un unico blocco software, dimensionati su quello che serve per partire, per poi andare avanti.  Non c’è più la necessità quindi di comprare tutta l’infrastruttura subito, come si farebbe con l’approccio tradizionale, ma si aggiungono pezzi e si scala, con lo stesso grado di libertà consentito dal cloud pubblico.

VIRTUALIZZAZIONE E IPERCONVERGENZA

Tecnologia completamente software-based che include non solo il sistema di virtualizzazione – o hypervisor – ma anche lo storage, che viene implementato anch’esso via software. Nei fatti il tutto si riduce ad un unico chassis, per una soluzione completa che permette di far partire l’infrastruttura di virtualizzazione in poco tempo e con un bel risparmio di spazio, alimentazione, manutenzione e quindi con TCO (Total Cost of Ownership) ridotto. Viene eliminata quindi la necessità di avere uno storage esterno condiviso – solitamente una SAN – pur conservando tutte le caratteristiche della virtualizzazione enterprise, come alta affidabilità, migrazione a caldo delle VM e performance elevate. In più, l’iperconvergenza permette di scalare con facilità incredibile l’infrastruttura, semplicemente aggiungendo altri chassis, con un minimo lavoro di configurazione. Probabilmente può risultare un concetto inizialmente poco chiaro, ma in pratica lo storage locale delle macchine fisiche viene messo in pool, creando via software uno storage condiviso “virtuale” (non è il termine tecnico corretto forse, ma rende bene l’idea) unico, che viene presentato poi agli hypervisor. Un sistema intelligente di replica dei dati assicura poi la ridondanza dei dati in caso di guasto di un disco o di perdita totale di un nodo fisico.

Cosa possono fare i responsabili IT per consolidare tutti i loro componenti in un’unica piattaforma, gestita centralmente?

L’impatto dell’iperconvergenza è molto più che la semplice aggregazione di risorse di calcolo, archiviazione e protezione dei dati in nodi modulari standardizzati. Le piattaforme iperconvergenti, infatti, permettono di velocizzare il posizionamento dei prodotti digitali sul mercato. A sottolinearlo anche il rapporto “Vendor Landscape: Hyperconverged Platforms”, redatto da Forrester, in cui gli analisti evidenziano il modo in cui l’iperconvergenza semplifica le attività di espansione, gestione e provisioning. In un ambiente iperconvergente, i sistemi distribuiti gestiscono più attività, come elaborazione, storage, rete e protezione dei dati: ciò significa che il team IT può bastare un minor numero di specialisti dedicati a ciascuno di questi compiti.

Ruoli e responsabilità.

Un altro aspetto da riconsiderare nel passaggio all’iperconvergenza è quello che concerne i ruoli, le responsabilità e le risorse operative legati allo storage. I team IT con grandi infrastrutture hanno già spostato le attività quotidiane di provisioning dai responsabili dello storage a quelli della virtualizzazione, per far fronte al flusso di richieste urgenti delle parti interessate. Gli amministratori dello storage hanno ritagliato grandi allocazioni di capacità di archiviazione per gli amministratori della virtualizzazione, utilizzate per soddisfare le richieste di provisioning quotidiane. Avventurarsi più in profondità nelle architetture Cloud private e ibride con provisioning automatizzato, basato su cataloghi globali, richiederà ulteriori sostanziali cambiamenti di ruolo. Infine, come spiegano gli analisti di Forrester, le aziende che per prime hanno adottato le infrastrutture iperconvergenti, come ad esempio Cisco, HP e IBM, hanno già eliminato alcuni dei loro silos che dividevano le squadre di responsabili IT. Gli esperti ritengono che l’adozione di sistemi iperconvergenti accelererà questa tendenza, poiché astrae ulteriormente la complessità gestionale sottostante (in particolare nel dominio di archiviazione).

Accessibilità tecnologica agevolata.

Le piattaforme iperconvergenti accelerano l’automazione perché centralizzano e standardizzano le risorse del processore, della memoria e dello storage e includono inoltre tutta la logica di controllo della memoria nel software del sistema centrale, con nessuna dipendenza da processori di storage specializzati o software incorporati. Tra le caratteristiche tecniche da evidenziare rispetto a questo tipo di approccio vanno citati lo storage scalabile, una deduplicazione dei dati in linea e la cross-domain management integration. Ma a fare la differenza sono altri aspetti a livello di governance, come ad esempio una notevole semplificazione dei controlli. Per esempio, mentre i team IT oggi usano lo storage a scalabilità orizzontale per calcoli ad elevate prestazioni (o HPC, high-performance computing), per architetture web scalabili e per affrontare implementazioni di analisi dei clienti non strutturati in mercati verticali (come media ed entertainment), le piattaforme iperconvergenti rendono accessibili lo storage a scalabilità orizzontale anche agli amministratori dei server e della virtualizzazione senza esperienza di storage.

NUTANIX TECNICAMENTE

Nutanix è il leader al momento nel mondo dell’iperconvergenza e le sue soluzioni sono proposte sotto forma di server di 2 unità definiti in gergo “block”, che possono contenere – a seconda del modello – fino a 4 “nodi”: il block è in realtà una specie di chassis che contiene i server fisici veri e propri. Già con un singolo blocco di 2 unità è quindi possibile avere un cluster con più nodi. Servono almeno 3 nodi per far partire un cluster Nutanix. Dentro ogni nodo troviamo ovviamente schede di rete, CPU e lo storage locale, formato da almeno un disco SSD e due o più dischi meccanici. A livello software, su ogni nodo viene installato e configurato poi un hypervisor (al momento VMware ESXi, Microsoft Hyper-V o Acropolis) e una controller-vm (o CVM), che poi è ciò che permette di ottenere lo storage condiviso e la creazione del cluster, garantendo anche l’alta affidabilità e la sicurezza dei dati. Lo storage oltretutto può usufruire di un efficiente sistema di deduplica, compressione ed auto-tiering dei dati, sempre tutto gestito via software.

Se viene ad esempio viene usato VMware vSphere, alla fine della configurazione ci si ritrova con un cluster di ESXi che utilizzano uno storage condiviso, con la possibilità di avere ovviamente HA e Live Migration, esattamente come se si lavorasse con una infrastruttura tradizionale. Scalare il sistema poi è facile, basta aggiungere un nuovo blocco ed aggiungerlo al cluster: in pochi minuti nuova capacità di calcolo e nuovo storage saranno disponibili per le VM.

Soluzioni Nutanix - Acropolis Prism Xi

Che tipi di workload si possono eseguire su una soluzione di questo tipo?

Praticamente tutti, da soluzioni VDI come Horizon, ai server più comuni di Microsoft, come Exchange, SQL o SharePoint, passando per prodotti come Oracle o SAP. Ultimo, ma non per ordine di importanza, un cluster Nutanix ha già a bordo tutto quello che serve per la replica delle VM su un sito di disaster recovery dotato di altri sistemi Nutanix oppure sul cloud pubblico.

Lo scenario variegato (e confuso) delle soluzioni presenti sul mercato

Nutanix ha consegnato il suo primo sistema iperconvergente nel 2011. Nel giro di 18 mesi, il suo rivale di sempre SimpliVity ha iniziato a sua volta a fornire prodotti dello stesso tipo. Nel 2013, invece, VMware ha annunciato la nascita di Virtual SAN V (VSAN), la sua soluzione di storage condiviso per l’infrastruttura iperconvergente. Oggi i fornitori come Atlantis Computing, Maxta, Nexenta, Pivot3, Scale Computing e StorMagic forniscono soluzioni software-only e i sistemi integrati in precedenza vengono “disintegrati”. Nutanix e SimpliVity, inoltre, hanno abilitato i loro software su più piattaforme hardware indipendenti. Nei primi mesi del 2015, i grandi attori del settore storage EMC e Hitachi Data Systems hanno introdotto sul mercato nuove piattaforme. Secondo gli esperti, i responsabili IT devono tenere a mente che le squadre che non vogliono una offerta iperconvergente completamente integrata; possono scegliere tra soluzioni di storage software-only (come quelle proposte da Hedvig, Maxta e SpringPath) che offrono prodotti per far convergere risorse hardware server e storage. Queste soluzioni software-only permettono ai clienti di convertire i server di storage direct-attached (DAS) in networked storage con funzioni simili a VSAN di VMware e a StoreVirtual VSA di HP.  Anche se questa opzione non fornisce il pacchetto semplificato delle attuali offerte iperconvergenti, permette ai team IT di evitare l’accordo in esclusiva con i fornitori delle piattaforme convergenti fisiche. E l’ecosistema di piattaforme hardware certificate per la comunità dei fornitori di software iperconvergente continua a crescere.

Angela Predico
VM Sistemi – Marketing Specialist

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